giovedì, 09 luglio 2009 | si discute di:
racconto
L' Artista non c'era proprio, ritorno? Data da destinarsi.
Era partito perché ultimamente non è che quel buco di città gli andasse poi così tanto a genio; e così: zaino in spalla e biglietto aereo e via a divertirsi e lasciarsi la routine alle spalle.
Lei invece era ancora lì, zaino in un angolo e pochi soldi in quella cassettina rossa, che poi era solo uno scatolo di un vecchio telefono, ricoperto da una carta da regalo rossa e con una fessura ritagliata per inserire i soldi direttamente senza aprirla.
Avrebbe potuto partire con gli amici, ma pareva che ognuno avesse mille progetti diversi. Sarebbe stata la terza estate di fila con i suoi, non che la cosa le dispiacesse, però insomma, fumare di nascosto alla sua età era un po' demoralizzante.
Ultimamente le cose con la madre avevano ricominciato ad andare male. Quelle due donne sotto lo stesso tetto non ci potevano stare, anche se si vedevano praticamente quattro ore al giorno in settimana e qualcosa in più durante il week-end.
Le cose le sfuggivano un po' di mano, di nuovo. E Artista che era partito senza dire niente riguardo il fattaccio non ci voleva proprio.
Stava pensando di iniziare a tagliare i ponti con un po' di persone che ultimamente le procuravano dolore, come Profeta ad esempio. Però quanto le piaceva Profeta! Il suo modo di farla rincoglionire a parole aveva un non so che di attraente. Poi l'attrazione si trasformava in ossessione ed ecco che si innescavano i soliti circoli viziosi: lei cercava di avvicinarsi e lui, al riparo dietro il suo muro di ghiaccio, si allontanava e le impediva di raggiungerlo.
Una volta lei era stata capace di proferire una frase geniale: "il ghiaccio e il fuoco vicini non ci possono stare". Ecco sì, ci aveva provato. La frase era proprio azzeccata alla loro situazione, solo che quel pezzo di ghiaccio la rendeva un'ebete e lei non riusciva a distaccarsene nonostante lo avesse pensato, detto e scritto miliardi di volte.
Forse era arrivato il momento di agire drasticamente, di imitarlo nelle sue scorrettezze e bloccarlo da quel programma infernale chiamato Skype. Sì, forse sarebbe stata una buona idea. Certo, Profeta aveva sempre il numero di cellulare con cui contattarla se avesse voluto, ma bastava avere un po' di forza ed ignorare le chiamate o gli sms. Anche cancellare il numero dal telefono non era una cattiva idea, per un eventuale ripensamento ci sarebbe sempre stata l'agendina da cui recuperarlo.
Di buone idee, di cose sensate da fare o dire gliene venivano in mente a dozzine ogni giorno; altra cosa era metterle in atto. Fare o dire qualcosa sapendo che poi non ci sarebbe stato modo di tornare indietro la spaventava parecchio. Andava avanti nella vita come un bimbo ai suoi primi passi: insicura, appigliandosi qua e là, restando vicina ai muri. E di cose sensate ne aveva fatte e dette ben poche in fondo. E le cadute erano state davvero tante, di alcune ne portava ancora le cicatrici.
Probabilmente non avrebbe mai escluso Profeta dalla sua vita; sarebbe stato lui ad andarsene di sua spontanea volontà.
Lei si era fatta un'idea ben precisa di lui. Riteneva che fosse uno di quelli "dall'emozione facile", insomma uno di quei ragazzi che si lasciano trascinare dal momento e poi, dopo aver razionalizzato, tornano indietro cercando di dimenticare. Però effettivamente non c'era mai stato un vero e proprio coinvolgimento, men che meno fisico.
Si sentiva ferita da come Profeta l'aveva trattata: averle reso impossibile contattarlo per mesi, averla poi richiamata a sé per poi allontanarla ancora. Un giochetto che forse lo divertiva.
E lei non batteva ciglio, ascoltava le motivazioni vere o inventate che fossero e lo riaccettava in quel pezzetto di vita in cui s'era accomodato. Pensava di capirlo, ma forse si era sempre sbagliata.
domenica, 07 giugno 2009 | si discute di:
racconto
Quella sera continuava a tirar fuori dalla tasca il telefonino con la speranza di scorgere un'icona illuminata sullo schermo esterno. Dalle 22.30 alle 00.50 nulla era cambiato. A momenti i jeans avrebbero scartavetrato la plastica del cellulare, ma una sua chiamata né un messaggio arrivavano. L'artista si era dato alla latitanza quella sera, eppure stranamente i suoi amici erano in piazza. Lei non sapeva cosa pensare, era la prima volta che l'artista faceva qualcosa senza di lei nonostante fosse stato proposto proprio da lei.
Sentiva crescere una strana sensazione di panico, forse angoscia. Quella piazza le sembrava una prigione ed ogni scusa era buona per distaccarsi dal gruppo degli amici e cercarlo inutilmente tra la folla. Sapeva bene dov'era e che non si sarebbe mosso da lì.
Lei voleva rimanere tranquilla, non voleva chiamarlo dato che sapeva che non l'avrebbe potuto raggiungere, almeno non in quel momento.
Decise allora di spostarsi per andare a cercare l'unico amico che non avesse ancora incontrato quella sera. Beh, fu senza dubbio una pessima idea, perché il suo amico soffriva delle stesse angosce ormai da mesi e non avrebbe saputo aiutarla. Lo trovò, seduto su un marciapiede con in mano il suo rum e cola quasi finito, con l'aria sfatta, con una voce diversa. Lei si imbarazzò notevolmente, non sapeva cosa dire e l'unica cosa che le uscì di bocca fu dirgli di mangiare un po' di più ché lo trovava troppo sciupato. Egli sembrò accorgersi di questo imbarazzo a stento smorzato e la tirò fuori iniziandole a parlare senza un vero e proprio filo conduttore, così con parole messe un po' a caso che ogni tanto si contraddicevano l'un l'altra.
Lei, dal canto suo, quasi senza accorgersene poggiò una mano sul petto dell'amico; il pollice pressava esattamente sul ventricolo destro e le restanti quattro dita si incastravano negli spazi tra una costola e l'altra.
Si accorse subito che in questo modo avrebbe sentito di più, avrebbe colto maggiormente quello che l'amico voleva dirle. E fu così. Forse anche l'amico l'aveva capito, forse no; ma ciò che è certo è che i discorsi passarono velocemente da insensati a intimi e personali.
Si badi bene: lei non aveva alcun intenzione di proferir parola; poggiare la mano in quel modo era il massimo della partecipazione che avrebbe potuto apportare a quel discorso. L'amico non se ne preoccupò, anzi si sentì sollevato dalla prospettiva di poter parlare senza essere interrotto. Così iniziò a parlare con metafore e paroloni come era solito fare quando voleva si leggesse tra le righe. Lei sentiva sotto il pollice il cuore dell' amico aumentare i battiti come in un climax fino ad impazzire per poi ri-acquietarsi pochi secondi e ripartire. Le dita percepivano le vibrazioni della voce come su corde di chitarra.
Sentiva inoltre risalire quelle vibrazioni lungo il braccio e man mano che risalivano verso lei, si mutavano in emozioni e sensazioni devastanti.
Quei venti minuti passati con l'amico l'avevano distratta a tal punto da farle dimenticare l'esistenza del telefonino in tasca, ma l'avevano anche distrutta.
L'angoscia stava aumentando e le aveva procurato una contrazione dei muscoli facciali trasformandola in un perfetto mix tra un cane abbandonato e una bambina capricciosa.
Fu costretta a tornare in piazza dagli altri perché il concerto era ormai finito e probabilmente qualcuno si era anche preoccupato per la sua assenza. Iniziò a lacrimare seduta in cerchio tra gli amici, ma fortunatamente loro erano impegnati a scherzare e non si accorsero. Era l'effetto di quella angoscia e di quelle emozioni trasmesse dal suo amico. E anche di quel telefonino che non si degnava di squillare o vibrare.
Più tardi, proprio mentre stava raggiungendo l'artista con gli altri, crollò improvvisamente. Le lacrime iniziarono ad uscire come fiumi in piena, le vie respiratorie si gonfiarono.
Si spaventò tremendamente. Non le era mai successo e non ne capiva il motivo reale. Giunsero dall'artista che le lacrime si erano ormai seccate, ma un nuovo sentire le invadeva il corpo; adesso si erano aggiunti anche i tremori.
Lo vide, non fu nemmeno capace di sorridergli ma lo abbracciò sperando che qualcosa cambiasse dentro.
Purtroppo non fu così.
Si allontanò dall'artista. Si allontanò da tutti e si diresse in riva al mare. Si sedette e iniziò a rovistare nella borsa in cerca delle sigarette e dell'accendino. Li trovò.
Sfilò dal pacchetto una delle sue sigarette, avvicinò la bocca e la tirò del tutto fuori. Restò in quella posizione per accenderla, rannicchiata su se stessa per evitare che qualche filo di aria spirante dal mare spegnesse la fiamma.
Fece un tiro profondo e poi un altro di uguale intensità prima di lasciarsi andare al suo solito modo di fumare.
Sentiva dei passi alle sue spalle. Sperava fosse l'artista che la raggiungeva, ma nulla.
Così rassegnata continuò a fumare senza alzare lo sguardo.
In fondo aveva il mare di fronte e non lo aveva nemmeno degnato di uno sguardo.
Sentiva che si agitava. Adesso le onde divenivano più frequenti e l'impatto con il bagnasciuga più rumoroso. Il mare si stava arrabbiando, ma lei continuava a fissare la sabbia.
Si vergognava perché sapeva bene che il mare non gli avrebbe permesso di stare così. Il mare non avrebbe voluto vederla demoralizzata e triste, lui che da bambina l'aveva vista correre, saltare e fare la sirena per anni.
Non riusciva a sopportare lo sguardo protettivo del mare, così spense la sigaretta, si alzò scotolandosi i jeans dalla sabbia e raggiunse tutti gli altri.
Seduta sul sedile posteriore pensò che quella non era stata affatto una bella serata.
Tra le spirali di fumo si aggrovigliavano i suo pensieri, oltre che la voglia di distendersi finalmente con sé stessa.
Salì distrutta le scale del palazzo, strofinò le scarpe sullo zerbino prima di infilare la chiave nella serratura ed entrò in casa. Si diresse verso la propria camera, poggiò la borsa per terra e andò in bagno.
Lavò i denti senza nemmeno guardare la sua immagine riflessa, spense la luce del bagno ed entrò in camera. Si spogliò svogliatamente. Senti il fruscio della sabbia cadere sul pavimento mentre si toglieva le scarpe. Era molto tardi, probabilmente le 4.00 passate. Si sentivano già gli uccelli cantare.
Era rimasta nuda con gli slip e si avvicinò al letto in cerca della sua camicia da notte nascosta tra le lenzuola aggrovigliate.
Lei era solita non fare quasi mai il letto, non le piacevano affatto quelle camere ordinate che sembravano non appartenere a nessuno. Nella sua camera c'era vita. Disordine, ma vita. C'era un letto che raccontava di notti insonni, o di sogni spinti.
Raccolse dalle lenzuola la camicia da notte, che in realtà era un vestitino leggero di lino bianco velato. Alzò le braccia e lasciò scivolare il tessuto lungo il corpo sicura che si sarebbe arrestato quando le bretelline si fossero poggiate sulle spalle.
Era pronta per dormire. Distese appena le lenzuola e, ancora in piedi, scorse con la coda dell'occhio il libro che la fissava dal comodino.
Si sentì terribilmente in colpa nei confronti del libro e decise di leggere un po', giusto il tempo di salutare Colin, il protagonista, e scoprire come stava Chloè.
Riteneva che Colin avesse commesso un errore: quella Chloè non era affatto la donna per lui. Come aveva fatto a rapirgli il cuore con tutta quella banalità non riusciva proprio a spiegarselo. Ma in fondo il libro era ancora a metà, probabilmente Chloè si sarebbe rivelata solo timida e non banale. Magari avrebbe cambiato idea su Chloè o forse Colin l'avrebbe delusa.
Questo non lo scoprì quella notte; infatti lesse giusto un paio di pagine per alleviare i sensi di colpa quel tanto da poter dormire. Infilò il segnalibro tra le pagine, chiuse il libro e poggiandolo sul comodino spense l' abat-jour.
Ebbe appena il tempo di girarsi nella sua posizione preferita che crollò in un profondo sonno, lasciando i cattivi pensieri ad attenderla la mattina seguente.
Zula
giovedì, 08 gennaio 2009 | si discute di:
Che senso aveva sottoporla a tutte quelle prove di resistenza? Come se la sua pazienza potesse avere limite alcuno.
Non poteva averlo fisicamente accanto,lui: l'artista, ma voleva almeno il suo sguardo fisso su di sé. Forse per questo vestiva di rosso.
Censurava le proprie parole d'amore come volgarità indicibili, come mine pronte a fare crollare quel ponte tra sé e lui, l'artista.
Eppure nulla poteva distrarla dal pensiero di quelle mani gelide, da quel odore che le invadeva le vie respiratorie all'improvviso. Da quegli occhi lucidi e trasparenti.
Il resto, la storia d'amore che non c'era, era solita colmarlo con l'immaginazione. Parole d'amore, fatti pieni zeppi di sdolcinata venerazione.
Scriveva poesie come disegni sulla sabbia, inconcludenti e soprattutto temporanee, quasi si stancasse di avere sotto gli occhi sempre quelle parole e sempre disposte nel medesimo ordine; meglio trasformarle, che in poesia cambiare l'ordine delle parole eccome se modifica il risultato.
Aveva fin troppe paure, fin troppi ricordi che si confondevano con l'esperienza di quei giorni. Era passato quasi un mese e lui era diventato parte integrante di sé, una valida scusa per sorridere. Una valida scusa anche per tremare. Riaffioravano ricordi di sofferenze pregresse, come se anche lui, l'artista, avrebbe dovuto tenere comportamenti similari a F, come se fosse prerogativa di tutti gli esseri falloforniti.
Però si sa, la mente infranta tende a pensare sempre il peggio. Non gli dava colpe, questo no. Sapeva bene che l'artista era l'artista e che F era F. Nemmeno in sogno le due figure si erano mai confuse. Solo che il veleno che le era stato lasciato dentro non riusciva a defluire via dai pori. Forse col tempo tutto sarebbe svanito; la sua paura derivava dall'aver promesso il suo amore senza scadenza. Come se adesso che non amava più F dovesse nutrire paura, sensazione che avrebbe potuto supplire quel sentimento e non rendere vana quella promessa. Soffrire a vita per aver detto alla persona sbagliata di amarla, per averlo pensato sinceramente. Bella prospettiva: progettare il futuro vivendo con un piede nella fossa del passato.
Zula
giovedì, 04 settembre 2008 | si discute di:
Cercare sogni di seconda mano... pausa sigaretta.
Dicevo: cercare sogni di seconda mano sembra l'unica soluzione quando di sogni non ne hai, o quelli che hai sono incubi.
Definire una situazione impossibile è facile. E' giustificabile anche arrendersi, tanto è impossibile. E' come camminare scalzi quando non si trovano le ciabatte. Non le trovi, punto.
Definirla difficile, in quel momento sì che iniziano i problemi. E' difficile appunto, non impossibile. Se ti arrendi sei debole e soprattutto non sei giustificato a farlo.
E allora cerchi sogni di seconda mano che siano facili ma non troppo, così a confronto puoi sempre affermare che i tuoi sono impossibili e puoi abbandonarli alla non azione.
Solo piccole vie di fuga che se sei bravo le trovi lasciando tutti gli altri dentro.
Ma devi essere bravo, se ti scoprono inizia a inventare una scusa plausibile al tuo esserti arreso dinnanzi alla difficoltà, che impossibilità non è.
Il mal di testa non aiuta a esprimersi. Poi continuo, forse.
Zula
mercoledì, 30 gennaio 2008 | si discute di:
"È facile vivere da anacoreti, eremiti o stiliti: basta isolarsi in una cella monastica, in una grotta o su un pilastro. Molto più difficile è la vita del Piccolo Isolazionista. Perché deve mantenere l'equilibrio arduo tra immersione nel mondo e limitazione di qualsiasi rapporto umano. Per il Piccolo Isolazionista gli altri sono solo comparse necessarie che provvedono a produrre di giorno il design, le macchine elettroniche e la musica che poi consumerà di notte. Quando le strade finalmente si svuotano e perdono la loro identificazione geografica, il Piccolo Isolazionista esce senza una meta. Ogni giro di tangenziale è un giro mentale tra gli eventi di cinque decenni. Sotto l'effetto di un uso continuo e pluriventennale di walkman sempre più sofisticati, il Piccolo Isolazionista si è alla fine tramutato in un iPod che riproduce random accadimenti personali, musiche formative e scenari socio-tecnologici."
bè..sono esagerato se dico che in realtà, questa distanza non credo esista realmente? o meglio..di esistere esiste, solo che è innata ed immanente per ogni individuo..solo che è diciamo..percettibile solo in alcuni momenti.. io credo che tutti siano soli.. ognuno ha solo sè stesso, nessun altro, con cui discorrere in ogni singolo istante della propria esistenza..solo che ogni tanto, anche solo il proprio io sembra essere di troppo, quindi cerchiamo più spazio per stare meno stretti con noi stessi.. ed è in quel momento che tendiamo ad isolarci, a creare delle barriere intorno a noi..cioè..penso che l'isolazionismo, detto in modo estremamente banale, sia una forma esasperata di disadattamento e di conflitto con se stessi, che porta a robacce strane come il vittimismo, le manie di persecuzione e via discorrendo..
Aekold
martedì, 29 gennaio 2008 | si discute di:
distanza tra le persone
... era appoggiato al muro, in un angolo, tra quelle finestre di cemento e vetro.
Nessuno lo degnava di uno sguardo e dentro di lui c'era solo speranza spezzata da anni di disattenzioni.
Lacerato dentro proprio come i suoi jeans, che poi perché si ostinava ad andare ancora in giro così?! Gli anni 80 erano già finiti da tempo e lui in fondo nemmeno li aveva vissuti.
Era stato qualcuno per lei un tempo, ma poi come sempre il suo spirito distruttivo e l'innocenza di lei avevo portato alla catastrofe, con l'unica eccezione che lei passava ancora le sue notti a piangere per lui e lui invece le notti le passava a rifugiarsi in qualche bicchierino di rum e sigarette spezzate.
Non aveva mai pianto anche se avrebbe avuto buoni motivi per farlo.
Erano ormai anni che viveva come un automa, mattina lavoro, pranzo, ancora lavoro e alla sera i suoi soliti rum, nemmeno una cena.
Passava ovunque inosservato, o almeno questo era ciò che sentiva.
Pensava davvero che il suo ultimo e unico vero amico fosse stato suo fratello, che poi in fondo non aveva neanche conosciuto. Perché sfido io a ricordati di un fratello morto quando avevi due anni e mezzo.
Gli anni passavano e lui aveva rimosso dai ricordi Daniele, il suo amico d'infanzia, Claudio, il suo confidente e ancora Simone, Francesco, Davide, Stefano, Alessio, Luca, Marco, e poi Laura, Federica, Silvia e mille altri; aveva cancellato i ricordi con la scusa e la convinzione che tutti lo allontanassero e questa distanza che provava divorava ogni giorno i volti e i pensieri e le parole e i sorrisi.
Aveva innalzato un muro nei confronti di tutto e tutti, fermamente convinto che il muro lo avessero costruito altri nei suoi confronti.
Distante dal mondo e dalle persone, e distante anche da quello stesso mondo che si era costruito attorno fatto di ogni ricordo spiacevole, di mani non tese, di spalle non pronte a sentire l'umido delle sue lacrime. Ricordi che si e no costituivano il venti per cento della sua vita, quella vera che la sua mente aveva deciso di ignorare.
Non poteva andare avanti così per molto, solo che la distanza tra sè e gli altri che lui stesso aveva costruito non gli permetteva di rendersene conto.
Aveva gli occhi annebbiati dal sentimento della solitudine e non riusciva a vedere nemmeno quella ragazza coi jeans strappati in un angolo, appoggiata al muro tra quelle finestre di vetro e cemento.
Se solo se ne fosse accorto, sarebbe potuto cambiare qualcosa, una svolta forse,
forse...
Zula
lunedì, 28 gennaio 2008 | si discute di:
distanza tra le persone
Houston abbiamo un problema...
Eh si, abbiamo un problema, di cosa parliamo?
Immagina la possibilità di comunicare qualcosa e doverla condividere con gli altri, effettivamente bisognerebbe venirsi incontro scegliendo un tema comune, che ne sò... uhm... la gnocca? no... troppo semplice... il miglior odore per l'arbre magique? no, argomento un pò thrash... allora perché non parlare di una cosa che ci accomuna tutti... ad esempio...
La distanza che separa le persone.
Può sembrare banale, ma a me come argomento piace.. cioè pensateci bene, vi siete sempre sentiti accettati e parte integrante di qualcosa? O più semplicemente siete stati esclusi e messi da parte, emarginati e derisi perché avevate un apparecchio ortodontico che produceva scene alla Dario Argento, scarpe ortopediche che scricchiolavano come le travi di legno di notte e occhiali da vista con annesso fondo di bottiglia? O meglio ancora siete stati ghettizzati perché saputelli e poi in seguito, già grandicelli, avete scoperto che il vostro migliore amico si faceva la vostra ragazza assieme ad passante? Cioè proprio l'esperienza totale dell'isolamento e del dolore... L'avete vissuta o credete che in fondo, anche se la vita ti prende da dietro e la gente ti gira le spalle, alla fine siamo sempre immersi in una immensa vasca piena di puro ammmore?
domenica, 16 dicembre 2007 | si discute di:
Eccoci qui, infine, tutti riuniti al Cafè.. eccellente idea, carissima Zula.. mi auguro che il progetto vada in porto come si deve, ricordando un mio vecchio fallimento..ma siamo fiduciosi, è il caso..bè..pare che etichetta o consuetudine vogliano che io mi presenti agli altri bloggers giusto? Ordunque da dove cominciare... non saprei...trovo riduttivo definire qualcosa in poche parole, specie se poi l'oggetto altro non è che la personalità stessa di un individuo.. in questo caso me.. e ciò non rende tutto ancora più complesso? Voglio dire.. esiste qualcuno che sappia essere davvero obiettivo nei propri confronti, specie quando ciò venga richiesto per esporre il prorio modo d'esistere all'altrui giudizio? Mia umile opinione è che, seppur nulla esista di impossibile nella sua totalità, questo caso rientri in una percentuale sufficientemente bassa di probabilità.. tuttavia metterò da parte le mie convinzioni per un attimo e proverò a distaccarmi un momento, provandomi a trascendere dai limiti che un'auto descrizione comporta (vedi timidezza, eccesso o carenza di modestia, narcisismo, smanie di onnipotenza..le solite cose).. Se, come qualcuno propone, dovessi descrivermi in una parola..penso che mi descriverei come..un'immagine..nient'altro che un'immagine di me stesso, che a tratti può risultare perfettamente nitida oppure decisamente sfocata e dai contorni indefiniti..certo..così sembro non aver detto nulla in effetti..ma è ciò che ho in mente...ed è questo il punto...quando si ascolta una canzone, o si legge un romanzo, o persino mentre si guarda un film..è questo che io penso si faccia..creare un immagine virtuale di ciò a cui stiamo assistendo, che sia la trama di una storia o il ritmo di una canzone..e quindi associarla ad una immagine..questa può essere un oggetto solido, materiale, come un bicchiere od un fiore, oppure un paesaggio, un volto, ma comunque sempre un'immagine.. e nel tempo, prendiamo tutte queste belle figurine, come fossero tante foto e le raccogliamo, le sistemiamo tutte nel nostro album, l'album che fa di noi ciò che siamo.. se dovessi poi scegliere le più significative foto da questa raccolta..bè..prenderei un cielo notturno, un pomeriggio piovoso in città, ed una spiaggia deserta.. il perchè non lo so..sono solo immagini che sento di essere..credo di essermi dilungato troppo....meglio smetterla, altrimenti mi faccio odiare prima del tempo...
Aekold
sabato, 08 dicembre 2007 | si discute di:
Orbene, finalmente apre il cafè-zonacomune-puntodincontro organizzato dalla Zula qui presente... Ehm ecco... Non sò se vi piacerà quello che scrivo, in quanto le mie modeste opinioni spesso hanno fatto arricciare i nasi più delicati. Non prometto scintille, faville et uccelli del tuono con paste di mandorla tra gli artigli, spero solo di allietare quanto più possibile la Vostra permanenza su questo blog... Ecco, quindi, diciamo che mi dovrei presentare? Cioè seriamente? Ma avete idea di cosa si cela dietro la tastiera e le dita di chi scrive in questa post? Dai muscoli che pigiano fino al cuore che mi pompa in vena litri di vino, birra e nicotina settimanalmente, dal dolore e dalla serotonina che scende dal mio cervello fino ad arrivare alla felicità per il pandoro di natale '92 in casa dei miei nonni... come descriverlo su una sterile pagina bianca?!? Allora ve lo spiego in parole semplici semplici, io sono musica. Sò che è una grossa pretesa, ma sono costituito in buona parte di musica, il resto viene dopo. Filosofia, film, libri, sono tutta roba che mi piace. Ma non esiste niente di più completo dell'arte della musica. E' il contenitore più grande che esista. La vita senza musica sarebbe un errore (Frederich Nietzsche). L'altro mio amore è Nietzsche se non si fosse ben capito... E le donne. Meglio se cattivissime. E con riduttivismo siamo arrivati a definire una buona parte di me. Buona serata a tutti...
sabato, 08 dicembre 2007 | si discute di:
si comincia
Salve a tutti, membri e non del Cafè d'hiver.
Questo blog nasce da una mia idea e dall'entusiasmo degli amici a questo progetto.
Il mio obiettivo è che questo blog divenga un luogo in cui potersi esprimere e in cui ritrovarsi.
Come scritto nella descrizione non si tratta di un'idea del tutto originale, ma invece si ispira a blogs già esistenti.
Spero vivamente di poter coinvolgere in questo progetto un numero sempre maggiore di persone.
Ho inserito alcune regole di "buona convivenza" per evitare l'insorgere di fastidiosi malintesi; vi prego di rispettarle.
Auguro a tutti i membri un divertente e costruttivo futuro qui al Cafè d'hiver con la speranza che molti dei lettori richiedano nel tempo di divenire anch'essi membri.
Un saluto a tutti.
Zula